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La bolla delle dot-com del 2000

La bolla delle dot-com del 2000

Soprannominata la “bolla di Internet”, l’esplosione della bolla delle dot-com avvenuta nel 2000 rappresenta uno dei più importanti crolli del mercato azionario della storia recente. Dal 1995 al 2000 la crescita e l’adozione di Internet spinsero la speculazione sulle azioni del settore: il Nasdaq quintuplicò il proprio valore, solo per crollare di oltre l’80% durante l’ultimo trimestre del 2002. Il crollo segnò la fine di numerose società tecnologie e di Internet, la maggior parte delle quali aveva sfruttato Internet per offrire servizi di shopping, comunicazione e notizie. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo prima che gli investitori e gli altri partecipanti al mercato accettassero il fatto che le società possono effettivamente generare profitti su Internet.

Il contesto

Il World Wide Web venne lanciato nel 1989, aprendosi al pubblico a metà 1991. Era il lancio di un ‘nuovo ordine mondiale’, e l’adozione di Internet accelerò il passo dal 1993 grazie al lancio di browser disponibili al pubblico. Naturalmente, ben presto tutti concentrarono i propri sforzi sulla commercializzazione dell’Internet. Emergevano start-up un giorno sì e uno no, e ingenti capitali venivano allocati alle società che si pensava potessero rivestire un ruolo di primo piano nell’Era dell’informazione.

In pratica, ogni società con un suffisso o un’estensione “.com” nel nome era capace di attrarre un enorme supporto finanziario e speculativo. Negli Stati Uniti, inoltre, era facile ottenere denaro. Una legge del 1997 aveva tagliato la passività fiscale sulle plusvalenze, spingendo gli investitori a effettuare molte più scommesse speculative sui mercati. Se ci aggiungiamo la dilagante paura di venire tagliati fuori dal grosso affare di Internet, ecco che gli investitori aprivano i loro portafogli senza pensarci due volte.

Le società dot-com avevano dei budget enormi e li spendevano soprattutto in pubblicità. Gli investitori non davano molto peso ai fondamentali ed erano convinti che in futuro queste società avrebbero garantito loro dei profitti enormi. Le società di Internet cominciarono dunque a venire quotate in borsa e l’indice Nasdaq Composite, composto principalmente da società tecnologiche, divenne uno dei più seguiti di Wall Street. L’indice alla fine divenne rappresentativo della bolla delle dot-com e della sua esplosione. Nel 1995 superò per la prima volta i 1.000 punti, e a inizio 2000 superò di poco i 5.100 punti, prima di crollare a 1.100 punti verso la fine del 2002.

Come esplose la bolla delle dot-com

Molti temevano che l’arrivo del nuovo millennio potesse causare diversi problemi ai computer che dovevano passare dal 1999 al 2000. Ma il 1° gennaio 2000 si capì che le preparazioni per evitare il bug avevano sventato ogni rischio. La bolla continuò ad accelerare nel corso dell’anno, con le società dot-com che dominavano i titoli di tutte le testate. A inizio gennaio, America Online e Time Warner annunciarono una mega-fusione. Durante il Super Bowl del 2000 le società dot-com occuparono il 20% degli spazi pubblicitari (nel 1999 avevano fatto solo due spot). L’acquisto frenetico delle azioni basate su internet portò, il 10 marzo del 2000, a un picco della bolla, quando le azioni del Nasdaq raggiunsero un valore complessivo superiore ai 6,7 mila miliardi di dollari.

Poi la bolla scoppiò!

Il mercato iniziò a scendere l’11 marzo 2000, e diversi problemi fondamentali iniziarono a sottoporre i titoli a una pressione sempre maggiore. Si diffuse la notizia secondo cui il Giappone stava entrando in un periodo di recessione, mentre negli USA era saltata una fusione tra Yahoo ed eBay. Microsoft perse un’importante battaglia legale e gli investitori divennero sempre più consapevoli dei rischi rappresentati dalle azioni tecnologiche. I capitali abbandonarono i “titoli bolla” per riversarsi in società con un consolidato modello di business. Gli investitori iniziarono a porsi domande sui fondamentali delle società tech. Il Nasdaq, ad appena un mese dal picco di marzo, circa mille miliardi di dollari.

Ritrovandosi sotto i riflettori, le società dot-com iniziarono a comportarsi in modo fiscalmente più responsabile. Ma ormai era troppo tardi. La maggior parte delle società dichiararono bancarotta, e il punto focale fu la chiusura di Pets.com, avvenuta a novembre 2000. La società era stata quotata soltanto nove mesi prima e aveva goduto del supporto di Amazon.com. A quel punto la maggior parte delle società tech aveva già perso oltre il 75% del proprio valore, e il crollo proseguì anche nel 2001. Il Super Bowl di quell’anno vide solo tre pubblicità di società di internet. Il mercato orso venne peggiorato dagli scandali di bilancio di alcune grandi aziende che vennero a galla tra le metà del 2001 e la fine del 2002. Il mercato toccò il punto più basso a ottobre 2002, con il Nasdaq che segnava circa 1.100 punti: una perdita di capitalizzazione di mercato di oltre 5 mila miliardi rispetto al picco di marzo 2002.

Le conseguenze

Molte società dot-com si ritrovarono senza capitali e furono costrette a chiudere i battenti. Oltre il 52% delle società non superò il 2004. Quelle che sopravvissero lo fecero con una valutazione di gran lunga inferiore. In genere gli investitori avevano iniziato a muoversi con più cautela nel mercato, spostando il proprio denaro verso titoli più consolidati. Alcune grandi banche d’investimento, come ad esempio Citigroup, vennero pesantemente multate dalla SEC per aver ingannato gli investitori.

Ma il settore tech era tutt’altro che spacciato. Negli anni successivi, infatti, si sarebbe consolidato e ora, a giugno 2021, Google e Amazon sono le società di maggior valore di Wall Street.

Cosa causò la bolla delle dot-com?

La bolla delle dot-com venne causata da diversi fattori, primo fra tutti la sopravvalutazione delle cosiddette ‘società dot-com’. Le valutazioni venivano effettuate usando degli elevati moltiplicatori nonché dei parametri irragionevoli che ignoravano qualsiasi analisi fondamentale. Importanti parametri quali il flusso di cassa e la generazione di profitti vennero deliberatamente ignorati, e gli analisti si concentrarono invece su questioni di poca importanza, come il traffico web e il possibile impatto futuro.

La frenesia dei media e la disponibilità di facili capitali contribuirono a loro volta a formare la bolla. Un ambiente dove era facile ottenere credito e un regime fiscale favorevole permisero agli investitori di speculare aggressivamente sul settore in forte crescita di Internet. C’era la fila fuori la porta di qualsiasi società o start-up con un modello di business che sfruttava Internet. Inoltre, non c’era alcuna pressione a iniziare a generare denaro nel breve termine: gli investitori erano convinti che stavano investendo per ‘cambiare il mondo’. I media, poi, esagerarono ampiamente la natura lucrativa di Internet, portando gli investitori ad avere aspettative irrealistiche riguardo i propri investimenti.

Lezione imparata

È possibile trarre delle importanti lezioni dalla bolla delle dot-com, lezioni di cui gli investitori dovrebbero fare tesoro per evitare di ritrovarsi coinvolti in crolli del genere. In particolare, bisogna sempre ricordare che svolgere le necessarie ricerche prima di investire del denaro in un titolo è di fondamentale importanza. Invece di cadere nella trappola e investire nelle società sulla bocca di tutti, gli investitori dovrebbero analizzare i fondamentali di un’impresa e la sua capacità di generare dei profitti sostenibili nel corso del tempo. Durante la bolla delle dot-com, società senza un solido modello di business e che non si erano ancora dimostrate in grado di generare un flusso di cassa riuscivano ad accedere senza troppi problemi a ingenti finanziamenti bancari. In seguito, gli investitori si sarebbe ritrovati a pagare un caro prezzo per la loro sconsideratezza.

La lezione importante è che i fondamentali d’impresa non vanno mai ignorati. Gli investitori dovrebbero inoltre evitare di investire in base ai prospetti futuri di una società, e dovrebbero stare attenti a investire in settori che non conoscono. La maggior parte delle attività di investimento durante la bolla delle dot-com era puramente speculativa. Molti investitori non capivano i computer, figuriamoci l’Internet, e non si presero il tempo di studiarlo. Investivano spinti dalle emozioni, spesso spinti dalla FOMO (la paura di rimanere fuori). La maggior parte degli investitori era convinta di prendere parte alla ‘nuova economia’, ma non capivano in che modo le società avrebbero sfruttato Internet per guadagnare denaro in modo costante. Alla fine, la loro ignoranza non fu beata, e il mercato li punì senza pietà.

Un’altra lezione per gli investitori è che, durante una correzione di mercato, sono i titoli sopravvalutati a soffrire di più prolungando il calo. All’epoca era sentimento comune che le dot-com fossero sopravvalutate, e avevano dei coefficienti beta elevati (superiori a 1). Per fare un esempio, una società con un coefficiente beta dello 0,5 salirà al massimo del 50% durante un boom, o perderà metà del proprio valore durante un crollo. All’epoca, i titoli internet avevano un coefficiente beta superiore a 1: ciò significa che sarebbero state sì redditizie durante i periodi di crescita, ma anche che avrebbero perso quasi tutto il loro valore durante una correzione o un crollo di mercato.

Conclusione

La bolla delle dot-com del 2000 ci dimostra come la tecnologia sia in grado di generare un fervore che potrebbe velocemente tramutarsi in una bolla. Ma quando c’è qualcosa di nuovo e trendy e che potrebbe generare importanti profitti, gli investitori dovrebbero investire con cognizione di causa, senza mai ignorare completamente i fondamentali. Inoltre, non bisogna dimenticare che qualsiasi opportunità di alto rendimento presenta dei rischi elevati. Di conseguenza, è necessario avvicinarsi a qualsiasi opportunità nuova o di tendenza con gli adeguati criteri di investimenti che vengono applicati alle altre forme di investimento. L’eccitazione e il fermento non dovrebbero mai sostituire i fondamentali e i solidi modelli di business.